Onomastica di Scicli

di Salvo Micciché


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Prefazione

di Franco Causarano


Negli anni '89-90 Il Giornale di Scicli pubblicò una rubrica fissa, curata da Salvo Micciché, dal titolo inequivocabile: Onomastica di Scicli. Adesso quel lavoro di ricerca e di «piacevole passatempo» - come ama dire l'amico Salvo - è diventato un libro.

La pubblicazione viene a colmare un vuoto nella realtà locale, che, pur ricca di storia e tradizioni, non ha registrato in maniera seria l'analisi dell'origine dei cognomi sciclitani.

Albert Dauzat scriveva che «i nomi di famiglia fanno parte del nostro patrimonio linguistico allo stesso modo delle parole del vocabolario», e non gli si può certo dar torto. Ma dalle nostre parti l'onomastica acquista un valore che va ben oltre il dato puramente linguistico per diventare curiosità sociale, ma anche fatto di costume. Prendiamo, ad esempio, il ruolo che può assumere un soprannome nella realtà meridionale e sciclitana in particolare. Molto spesso è il soprannome che diventa cognome e Giovanni Flechia già nel 1878 scriveva che «la sorgente più copiosa dei cognomi (nel campo delle lingue neolatine) è il soprannome».

L'importanza che può assumere un lavoro di ricerca quale quello di Micciché nell'ambito di un paese, di una comunità cittadina, sta proprio in questa particolarità di documentazione di uomini, famiglie, "ceppi" che hanno vissuto o continuano a vivere nel territorio.

Un merito, quindi, indiscutibile, che diventa riferimento storico e culturale di un'intera popolazione.

Il libro ha al suo interno anche un rilevamento di araldica, ed è certamente motivo in più per scoprire stammi e insegne di famiglie legate in un certo modo con la città di Scicli. Salvo Micciché ha svolto, a questo proposito, un lavoro certosino con una ricostruzione grafica quasi perfetta che ci permette (forse per la prima volta) di prendere visione dei blasoni delle famiglie gentilizie e di capire l'origine di tante figure e il collegamento che queste assumono con la storia locale, grazie alla descrizione degli stessi stemmi.

Il Giornale di Scicli è lieto di presentare la ricerca di Salvo Micciché quale serio tentativo di ricostruzione scientifica di un aspetto significativo della storia locale.


Introduzione

di Salvo Micciché


«La Rocca di Shiklah, posta in alto sopra un monte, è delle più nobili, e la sua pianura delle più ubertose. Dista dal mare tre miglia circa. Il paese prospera moltissimo: popolato, industre, circondato da una campagna abitata, provvisto di mercati... Presso Shiklah è ancora una fonte chiamata ‘Aynu-l Awqât (Donnalucata) [cioè “fonte delle orazioni”, ndr] così detta perché l'acqua non vi sgorga se non durante le ore della preghiera».

Così, nella prima metà del XII secolo, il geografo arabo Al-Idrîsi descriveva Scicli nel Kitâb nuzhatu-l mushtâq ecc. (Libro per chi si diletta a girare il mondo...), più noto come Libro di Re Ruggero. E infatti, già tra il 1100 e il 1200, Scicli era uno dei principali centri di vita civile e commerciale. Vi convivevano due anime, l'araba e la cristiana. Presto a seconda prevalse sulla prima; ma della prima restarono ampie tracce nei luoghi e nei nomi.

Scicli medioevale, testimoniano le fonti, tra chiese e moschee, era un centro di ritrovo per tutti: il popolo, i mercanti, i numerosi nobili e titolati. Il suo sviluppo, cominciato assai lentamente, sembrava accelerare fino a raggiungere lo splendore tra il '500 e il '600. Solo l'esiziale terremoto del 1693 parve arrestarlo.

Intanto ai già numerosi nuclei familiari autoctoni altri se ne aggiungevano e altri ancora scaturivano dalle alleanze matrimoniali. E con il proliferare dei rami gentilizî, proliferavano anche i nomi e i cognomi, accumulandosi sino a raggiungere l'attuale numerosità.

Proprio da qui facciamo partire la nostra ricerca: dal Nome, dalla sua etimologia, dalla sua storia, o meglio microstoria, da aspetti apparentemente insignificanti, frammenti della storia di una terra e dei suoi abitanti. Visti in una prospettiva semiotica e antropologica, anche i nomi propri (e quindi i cognomi) includono un sêma, un Segno, un indicatore di un «senso» ancestrale (ma più spesso assai casuale) che l'etimologia riesce a stento a svelare. In questa prospettiva viene spesso in soccorso la storia (nel caso di specie, quella delle famiglie); ed è quanto abbiamo tentato.

«Nomen est omen», dicevano i latini; ed a ragione. Nel nome (senza distinzione, in questo ambito, tra «nome proprio», «cognome» e «soprannome»), infatti, v'è davvero una parte - piccola quanto si vuole - del «destino» di una persona; e ciò è vero soprattutto se si ha riguardo alla struttura europea e neolatina dell'onomastica civile. Il «praenomen» latino diviene il nome principale, il «nomen» diviene cognome e l'antico «cognomen» (che è poi il soprannome) tende a scomparire. Avviene quindi uno shift e una contrazione per cui nomen e cognomen (la cui radice dà l'idea di «parentela») tendono a fondersi e rappresentano le caratteristiche, il «sigillo», il segno caratteristico di una famiglia. Scompare assai presto il soprannome vero e proprio, che in altri sistemi onomastici, come quello arabo, è, invece, caratterizzante (in arabo è spesso unito alla Kunyah, o patronimico).

Abbiamo accennato al nome come latore di un preciso «segno» e alla struttura dell'onomastica europea. Ma resta insoluta ancora una questione: da dove nasce un cognome? È già difficile fornire una risposta avendo riguardo ai nomi comuni (e chi ha nozioni di semiotica facilmente ne capisce le ragioni); ancor meno si può dire dei nomi propri. Si possono solo indicare delle cause probabili: l'onnipresente caso, la tradizione, la toponomastica, le caratteristiche della persona: tutto ciò può generare un cognome; ma neanche conoscendo la causa si può dire qualcosa di definitivo sul perché un cognome si cristallizza, si impone e si trasmette (in senso storico).

Ad una lettura superficiale si potrebbe asserire aristotelicamente che «nomina sunt consequentia rerum»; ma - e questo è il punctum dolens - questa ipotetica «res» sfugge al nostro controllo, trattandosi di «persone», che, ovviamente, non sono suscettibili di logiche del tipo causa-effetto.

Rinunciamo, pertanto, a discutere quest'ultima questione, altrimenti ci imbatteremmo nel favolistico mondo delle pseudo-genealogie tanto care a qualcuno... Il nostro intento è quello di presentare dei frammenti dell'evoluzione dei nomi e di chi li porta, di cogliere quel segno caratterizzante che il nome ci offre, in ciò servendoci delle notizie storiche, degli strumenti che ci offre l'etimologia, e anche di quel corredo del nome offertoci dalle tradizioni familiari, dalle armi nobiliari, ecc.

A proposito di etimologia, già si accennava al sopravvivere delle tracce arabe nei nomi (un'analoga ed interessante operazione si può condurre sui toponimi). Ebbene, su 550 cognomi trattati, per 221 si può trarre una spiegazione etimologica direttamente dall'italiano (senza ricorrere al sostrato precedente), per 172 dal siciliano ed altri dialetti meridionali, per ben 45 dall'arabo, per 35 dal greco e dal sostrato ellenico-bizantino, per 21 da francese normanno e gallo-italico, per 19 da spagnolo e catalano, soltanto 14 si riconducono direttamente al latino classico, 8 al tedesco e longobardo, mentre di una quindicina non vi sono spiegazioni sicure.

Statisticamente, dunque, l'elemento arabo supera greco, latino, normanno e spagnolo, a testimonianza di una maggiore resistenza. Sarebbe assai interessante discuterne le cause, ma ciò ci porterebbe troppo lontano e, in questa sede, nostro malgrado soprassediamo.

Una questione ci preme chiarire: nelle note storiche di questo studio si citano spesso titoli e possedimenti nobiliari; per giunta in Appendice si riportano le armi araldiche di oltre 130 famiglie che hanno avuto rapporto con Scicli. Ma tutto ciò non è, e non dev'essere, una celebrazione della nobiltà antica o attuale; è solo un dovere storico. Sbaglierebbe, pertanto, chi vi cercasse la conferma di una propria vera o presunta nobiltà. La nostra visione, per capirsi, ricorda la locuzione dantesca: «Non creda donna Berta e ser Martino, / per vedere un furare, altro offerere, / di vederli dentro al consiglio divino ( che quel può surgere, e quel può cadere». La nobiltà, per il resto, si deve avere nell'animo e se dall'animo manca nulla può il blasone.

Per quanto riguarda l'elencazione onomastica va data un'avvertenza tecnica: alcuni cognomi di palese interpretazione etimologica sono solo elencati (per completezza), di alcuni si danno anche più interpretazioni (spesso le fonti non sono concordi), di altri solo nostre congetture (preferiamo tentare un'interpretazione, più che adeguarci al silenzio); infine è opportuno ricordare che vengono accorpate le varianti e le lezioni comprendenti particelle, come "di, de, da, lo...".

All'Appendice Araldica premettiamo brevissimi cenni della disciplina araldica; ciò anche per rendere comprensibili a tutti e più leggibili i segni che anche le insegne araldiche possono trasmetterci: la storia, si sa, si serve di ogni mezzo...

Si tratta soltanto di frammenti(ma non è stata nostra intenzione andar per farfalle); pertanto non abbiamo (e non possiamo avere) alcuna pretesa di completezza. Né ce ne voglia alcuno se la scelta dei cognomi trattati non lo soddisfi; ma, del resto, un florilegio di oltre 500 lezioni dovrebbe porsi come garanzia a nostro favore. Stesso discorso (e a maggior ragione) vale per la parte araldica.

Un consiglio per il Lettore (e un augurio per noi) è quello di partire da questo nostro studio dedicato a Scicli e via via consultare le fonti che riportiamo nella nostra Bibliografia, aggiungendo qualche visita nei tanti archivi pubblici e privati, con l'intento di spingere la ricerca molto più avanti di quanto noi non abbiamo fatto (ma ci ripromettiamo di fare).

Con questo studio vogliamo rendere omaggio ai tanti nostri concittadini del presente e del passato, nobili e popolani, che hanno ben impiegato la loro vita a rendere illustre e onorabile il nome di Scicli. E, tra questi, a Giuseppe Micciché, che, lasciando l'11 Settembre 1630 mille scudi d'oro per la fondazione della Scuola Pubblica (Collegio) dei Gesuiti in Scicli, si è meritato un cenno nell'Archivio Generale della Compagnia di Gesù (AGSJ), Sicula Historia.

Un ringraziamento sentito va a Il Giornale di Scicli (e con esso al suo Direttore, prof. Franco Causarano), che ha permesso la realizzazione di quest'opera, prima con la pubblicazione quindicinale di ampi stralci, ed ora dell'opera completa.

Un grazie va tributato a Patrizia Di Stefano per l'encomiabile collaborazione, al prof. Salvatore Emmolo, di cui posso ben dire, con Ch. S. Peirce: «he has educated me, and if Ido anything, will be his work»; al prof. Giuseppe Pitrolo e ai suoi impareggiabili consigli per la Bibliografia; a Giombattista Miceli e ai tanti amici (di cui solo per brevità si omettono i nomi) che ci hanno assistito con preziosi consigli e suggerimenti.

Scicli, Giugno 1991

Nota Bibliografica

di Giuseppe Pitrolo (Direttore della Biblioteca La Rocca, Scicli)

Che cos'è una bibliografia? Dal greco biblíon (libro) e gráfein (descrizione, scrittura), è un repertorio ordinato ed organico di documenti (siano essi libri, articoli, testi di conferenze...) che trattano argomenti affini.

Ma che funzione ha una bibliografia? Innanzitutto, secondo la definizione dall'illustre bibliografa Louise Noelle Malclès, una bibliografia si propone di «ricercare, segnalare, descrivere e classificare i documenti stampati, in modo da costruire repertori atti ad agevolare il lavoro intellettuale».

Poi, una bibliografia testimonia la qualità del lavoro svolto dallo studioso che su di essa e con essa ha operato.

Le due funzioni, ovviamente, si intrecciano: una bibliografia generale facilita sì l'elaborazione intellettuale del singolo ricercatore, ma questo a sua volta arreca nuovi contributi che arricchiscono ulteriormente e continuamente quella.

La bibliografia riportata da Salvo Micciché assolve entrambi le funzioni: essa infatti è essenziale, ma - sottolineamo noi - completa. Salvo Micciché sa bene, con il Croce parafrasante Amleto, che il nome della Bibliografia è Inesaustività, e quindi - invece di perdersi in un elenco tronfio, anfanoso e superfluo di citazioni - evidenzia i testi realmente indispensabili.

E i testi indispensabili per la comprensione di Onomastica di Scicli noi li distinguiamo fondamentalmente in sette gruppi:

  1. studi di Linguistica storica
  2. di Toponomastica
  3. di Onomastica
  4. Nobiliari
  5. studi di Araldica
  6. di Storia della Sicilia
  7. di Storia di Scicli

Al primo gruppo appartengono, ad es., i testi di Vàrvaro e di Pellegrini; al secondo quelli di Avolio e Trischitta; al terzo il De Gregorio e il Rohlfs; al quarto Sortino-Trono e il nostro utilissimo Pluchinotta; al quinto l'insostituibile Tribolati e l'enciclopedico Di Crollalanza; al sesto e settimo il Cataudella.

Una bibliografia, dunque, ricca, ben strutturata, stimolante: da essa il lettore, seguendo il consiglio dell'Autore, potrà partire per «spingere la ricerca più avanti».


Scicli: onomastica e toponomastica

Nel 2017 l’Autore ha pubblicato il nuovo libro, Scicli: onomastica e toponomastica, Biancavela - Il Giornale di Scicli - StreetLib. I cognomi studiati sono ora 1100 (contro i 550 del 1991), trattati in 328 pagine, con oltre 200 toponimi, note di etimologia, storia, archeologia, un corposo indice analitico. L’Appendice ararldica comprende ora oltre 300 blasoni, con la riproduzione a colori di 138 armi, cui hanno partecipato anche gli alunni dell’Istituto Comprensivo Dantoni di Scicli, sotto la guida del prof. Carmelo Errera. Impreziosiscono il libro i Medaglioni tratti dal libro di Guglielmo Pitrolo e i contributi di Pietro Militello, Paolo Militello, Elio Militello, Paolo Nifosì, Ignazio La China, Stefania Fornaro. Prefazione di Giuseppe Pitrolo, Postfazione e contributi critici di Giuseppe Nativo.

Scicli onomastica e toponomastica
Scicli: onomastica e toponomastica

Onomastica di Scicli
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